Danny D’Annibale, il vincitore morale della prima edizione di Masterchef Italia

Masterchef è un termine che credo, ormai sia di tale uso comune da essere entrato di diritto nel Devoto Oli.

Ma vi è stato un tempo in cui Masterchef era una parola traducibile unicamente a chi avesse una cognizione di base della lingua inglese; un tempo in cui gli Chef stavano più in cucina che in televisione o in un bagno Scavolini; un tempo in cui in venti minuti potevi cucinare giusto una spinacina AIA; un tempo – addirittura – in cui la trasmissione non era ancora un fenomeno televisivo – tanto da andare in onda su una rete “popolare” come Cielo.
Il tempo della prima edizione di Masterchef Italia.
Siamo nel 2011, quando sui teleschermi italiani fa la sua prima apparizione in Italia  una trasmissione di cucina che sembra voler rappresentare uno spartiacque con le più conosciute e a dubbio contenuto qualitativo “Prova del Cuoco”, “Casa Alice”, “I menù di Benedetta” o “Grassi contro Magri”. Una trasmissione che rappresenterà il primo importante veicolo tra le cucine stellate e i telespettatori; una cucina che rifiuterà preparati o precotti; una trasmissione che premierà un approccio curioso e sperimentale, per mostrare ai più quanto ricercatezza ed eccellenza possano essere dentro ciascuno di noi.
E’ all’insegna di questa novità che parte la prima edizione di Masterchef Italia, una trasmissione nuova che mette in gara diciotto tra i migliori amatori della cucina gourmet, in principio ancora ignari di cosa sarebbe stata una “mistery box”, un “invention test” o un “pressure”. Concorrenti che non conoscevano ancora il talento nel lancio del piatto di Mr Bastianich o di cosa avrebbe voluto dire preparare una polenta in cinque minuti.

Partecipanti vergini, con storie differenti ma unite dalla grande passione per la cucina. Tra questi, un giovane trentenne – laureando in ingegneria edile e proveniente dalla Capitale che resta – per ricerca, innovazione e tecnica – la vera novità e il massimo rappresentante della cucina moderna e gourmet. Al di là dei verdetti, che – come è noto e per evidenti motivazioni politically correct – proclamarono vincitore il freak & naif Spyros Theodoridis.
Stiamo parlando di Danny D’Annibale. Che mi conquista subito subito ai casting (guarda il minuto 29:55) con un piatto dalle geometrie ingegneristiche e raffinate che parla di lui sino nel profondo. Mi conquista non per la sua storia, ma per passione e capacità.
E non conquista solo me; dalla prima puntata mostra le sue qualità, vincendo la primissima mistery box, distinguendosi per creatività e inventiva: i suoi piatti – per tutto il percorso – ricordano molto da vicino, per impiattamento e ingredienti, quelli che si possono assaggiare solo in alcuni ristoranti gourmet e anticipano in maniera unica e singolare quello che poi sarà il trend crescente delle edizioni successive. Nonostante le capacità e l’intuizione avveniristica, purtroppo, Danny non ce la fa. Arriva a un soffio dalla semifinale, classificandosi quinto e ci lascia con una crème brûlée che ha l’amaro sapore dell’ingiustizia. Ci lascia con le parole di Joe Bastianich che lo definisce il fautore dei migliori piatti di Masterchef Italia.

Io Danny non ho potuto incontrarlo personalmente perché, dopo anni trascorsi in Italia come Personal Chef, si è spostato ad Ankara, in Turchia, dove attualmente lavora come Chef presso l’Ambasciata Svedese. Ma l’ennesima delusione per Masterchef mi ha catapultato in un mondo parallelo. Una dimensione in cui nel Talent vince davvero il talento. E così, per quanto mi riguarda, Danny D’Annibale è il primo Masterchef d’Italia. E, grazie ai mezzi telematici, ho voluto intervistarlo in rappresentanza dell’eccellenza.

Sono passati cinque anni, ma io ho ancora nitida quella brevissima sequenza in onda nella seconda puntata, del ragazzo che si presenta al live cooking, senza storie strappalacrime ma con un piatto protagonista indimenticabile, perché creato da lui dalla A alla Z. Ti rendi conto che, in 5 edizioni di Masterchef, nessuno si è più distinto in questo modo?
Quello che dici non può che farmi piacere! Se avessi voluto, di storie strappalacrime ti assicuro che ne avevo un paio anche io; non ho avuto un’infanzia felicissima, ma ho preferito tenere il mio passato privato, perché sceglievo di partecipare a una competizione culinaria e non al Grande Fratello. Non era nelle mie intenzioni propormi come caso umano. Ho preferito lasciarlo fare a chi in questo, si è dimostrato un artista. (Ride) So di essere in controtendenza ma restare fedele a me stesso, mi ha permesso di non perdere la mia dignità e rimanere sempre genuino e certamente unico. Nel bene e nel male.

Mi racconti quel piatto meraviglioso?
Premetto: è un piatto che oggi probabilmente reinventerei in maniera differente e più essenziale; un po’ perché sono cambiato io; un po’ perché la cucina, come tutte le cose, è in continuo movimento. Ma sono sempre stato ossessionato dalla geometrizzazione delle forme irregolari per cui ho cercato di riprodurre lo scenario di un giardino (ho disegnato e fatto realizzare il piatto), riducendolo all’essenziale : dall’alto troviamo dei tronchi secchi ovvero  un cannolo di riso venere farcito con cerma di burrata, turlo d’uovo marinato, fava tonka e banana al tè matcha; calandoci nel pozzo, abbiamo un cespuglio rappresentato da un’insalata croccante di pera, avocado, salicornia e fiori di tagete con aceto di prugne umeboshi, kezia e grani del Paradiso; proseguendo, incontriamo una roccia “fiorita”, che ho reinventato con del baccalà mantecato al latte di cocco, crema di patate viola allo scalogno, barbabietola e pepe selvaggio;  infine, un gambero rosso di Mazara del Vallo affumicato al cardamomo con pastinaca, nigella e geranio, travestito da bruco.
Un piatto con cui ho rischiato moltissimo ma che mi presentava per ricerca, contrasti e creatività. E che ha convinto i giudici senza “se” e senza “ma”. E senza lacrime. 

Cucinare è comunicare. Danny cosa comunica di sé con i suoi piatti?
Danny comunica il ricordo: quando da piccolo giocava a cucinare con le radici delle piante, le sue amate radici e la loro magia; comunica la ricerca: dei pomeriggi trascorsi a studiare e scoprire tra negozietti e web ingredienti sino ad allora sconosciuti; comunica la tecnica: quella acquisita anche grazie agli studi in ingegneria. Comunica la cultura e la scoperta: quelle assorbite durante i suoi viaggi. Comunica la sua – a volte pura, a volte insana – follia.

Ricordo ancora la puntata in cui – presso l’Ambasciata Australiana – guidavi la tua squadra alla vittoria. È casuale la tua capacità di essere vincente presso le Ambasciate?
Si è un caso! Non cercavo lavoro in ambasciata è capitato! Sono fiero di lavorare per i rappresentanti di una nazione che reputo tra le più civili e all’avanguardia al mondo…una biosfera Scandinava impiantata nel cuore dell’Anatolia.

Domanda banale ma necessaria: com’è cambiata la tua vita dopo Masterchef?
È cambiata in peggio, poi in meglio, poi in peggio, poi in meglio…alcuni equilibri all’interno della mio mondo fatato (sorride) si sono rotti e non me la sono sempre passata meravigliosamente. A volte penso che ora potrei stare a progettare biblioteche invece di sfilettare salmoni…oppure no, chi può dirlo! Quello che so è che ciò che faccio mi piace e da grande serenità.

Il giudice che sentivi più affine e perché?
Rullo di tamburi…. Quando ero ancora all’interno della Master Class ero maggiormente legato a Barbieri, soprattutto per la conflittualità tra me e Cracco (abbiamo entrambi un caratteraccio). Ciò nonostante, l’ho sempre stimato professionalmente e fatto tesoro dei suoi consigli. Di Bastianich posso dire che è sempre stato rispettoso ed educato e ne ho un ricordo positivo.

Troppo spesso i Talent sembrano perdere la loro principale essenza, lasciando sempre più spazio ai casi personali o umani. Cos’è il talento in cucina per te?
Il talento in cucina è una forchettata di Paradiso. Hai talento se il tuo piatto racconta una storia o di te; altrimenti è un mero contenitore di elementi nutritivi. Devo però ammettere che nel corso della mia esperienza ho imparato che tutto va contestualizzato e che a volte…less is more!

Dalla seconda edizione, Masterchef ha traslocato sui canali Sky, trasformando la trasmissione sempre più in fenomeno di marketing e di product placement. Anche ai concorrenti è stato dato più spazio e aperte più opportunità. Eppure, senza di voi, Masterchef Italia oggi non esisterebbe.
E’ vero! e non ti nascondo che questa cosa mi ferisce davvero tanto. Ma è il rischio di fare da “cavia” in contesti di questo tipo. La nota positiva è che praticamente tutti i concorrenti della prima edizione di Masterchef Italia, oggi lavorano nel mondo della cucina. Penso solo che, con la stessa notorietà favorita dal Canale e dai Social di cui hanno goduto i nostri successori, forse non avremmo dovuto fare tutto con le nostre forze. 

Guardi ancora Masterchef? Se no, quando hai smesso e perché?
Ho guardato la seconda edizione e un pochino della terza poi ho smesso. Non lo so…evoluzione delle cose.

Il piatto della vita
Pane e pomodoro (non te l’aspettavi eh!)

L’ingrediente più sottovalutato?
La pastinaca.

E il più sopravvalutato?
Il tartufo.

Ti do una materia prima che m’annoia da morire: il pesce spada. Come lo cucini?
Annoia anche me! (Sbuffa e ride)

Quindi ci facciamo pane e pomodoro?
Meglio!

Torniamo in Italia: dove andresti subito a mangiare?
Da Bottura

Vabbé… allora questa è facile! Tre Chef: un nome tra Massimo Bottura, Carlo Cracco e Cristiano Tomei
Appunto… Bottura

Masterchef ha sicuramente contribuito a sensibilizzare le persone e il loro approccio alla cucina. Quale potrebbe essere l’evoluzione dopo Masterchef?
Basta! Il pregio di una cosa deriva dalla sua rarità. Centinaia di programmi di cucina di ogni genere, canali tematici a non finire, decine di migliaia di aspiranti chef (tra cui mi ci metto anch’io) hanno contribuito solo a rendere meno appassionante ed interessante il tutto, e a nazionalpopolarizzarlo. A questo punto, gradirei un’involuzione.

Facciamo un gioco: io ti dico alcuni nomi dei tuoi ex compagni d’avventura, e tu li associ a un piatto:
Spyros
: Hai presente le torte anni ’80? Ecco, non pensare alle torte; pensa alle decorazioni che si usavano, tanto belle e colorate. Poi le mordevi credendo fossero di zucchero, ma no! Erano di un durissimo impasto insapore per cui dopo averle provate una volta, nessuno voleva più mangiarle.
LuisaFrittata con cipolle e peperoni.
Ilenia: Un cucchiaio di Philadelphia.  
Imma: Una Cassata siciliana (sorrentina)
Federico: Un Peyote. Lo so, non è un alimento, ma sono in tanti che lo mangiano!
Alberico: Un’impepata di cozze carica d’aglio, mangiata durante un assolato pranzo nel mese di agosto, in un ristorante senza aria condizionata. Servita tipo come quarta portata.

Mi congedo da Danny più nostalgica che mai e con la conferma che sì, è vero, forse non vincerà mai il migliore ma che è anche vero che non avrei mai accettato di vedere un talento o un vero rappresentante gourmet a un programma di ricette per bambini. Perché, come spesso ricordo, l’eccellenza non è cosa per tutti…

Immagine copertina ©Riccardo Lancia

 

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Stefania Buscaglia

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Foodwriter libera professionista, scrive di eccellenza gastronomica italiana tra web e carta stampata. Collabora con il mensile Orobie curando la rubrica "KilometroZero" ed è autrice delle interviste di "Chef, Templi del Gusto, Ricette Divine" per il magazine di cucina Lorenzo Vinci. Collabora con la rivista Scifondo ed è testimonial per Fackelmann Italia con le sue "ricette passo passo".

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