Intervista a Valerio Braschi, Il Più Giovane Masterchef Al Mondo
Classe 1997. Sì, avete capito bene! È questo l’anno di nascita dell’ultimo trionfatore della sesta edizione di Masterchef Italia.
Non è semplicemente il più giovane Masterchef d’Italia. È il più giovane al mondo! Prima di lui, solo i concorrenti di Masterchef Junior.
Valerio Braschi. Probabilmente il concorrente più genuino e il cui trionfo non ha innescato le abituali e furenti polemiche sul web, dovute a vittorie di personaggi poco meritevoli e, privilegiati più dalle vicissitudini personali che dal talento. Insomma, un personaggio che ha messo d’accordo tutti e che ha rappresentato il punto di svolta in cui finalmente un Talent possa essere degno del proprio appellativo e del suo significato più intrinseco.
Incontro Valerio in occasione della presentazione del suo libro di ricette, Mistery Boy, alla Fiera dei Librai di Bergamo. Un volume che racconta della sua crescita, rievoca ricordi e lascia spazio a qualche velata ambizione.
D: Partiamo con una domanda originalissima e che probabilmente nessuno ti avrà mai fatto: come è cambiata la tua vita dopo Masterchef?
R: «(RIDE) Beh, tantissimo! Prima di questa esperienza, potevo solo sognare che Chef del calibro di Igles Corelli dell’Atman, Bruno Barbieri del Fourghetti o Daniel Facen di A’ Anteprima si rendessero disponibili a uno stage o addirittura a un lavoro. Tra l’altro, l’esperienza a Masterchef mi ha finalmente dato lì’opportunità di modificare il mio percorso di studi e cambiare dallo scientifico all’alberghiero, cammino grazie a cui sto implementando e completando le mie conoscenze e soprattutto che mi sta trasmettendo le basi per svolgere al meglio il lavoro più bello del mondo!».
D: Per il pubblico Masterchef è un’esperienza falsata: finale terminata e poi, dal giorno successivo, il vincitore è alla mercé di tutti. E invece, le registrazioni terminano in estate e voi siete costretti a un’omertà e a un riserbo di circa sei mesi. Come hai trascorso questo periodo?
R: «Io ho vinto Masterchef 6 il 30 luglio 2016, mentre la finale è andata in onda il 9 marzo 2017. La prima fase, prima che iniziasse la messa in onda della trasmissione, non è stata un vero problema. Ma quando è iniziata la trasmissione… un delirio! Soprattutto sulla parte Social, dove la curiosità e il toto-scommesse la fa da padrone… Ma ce l’abbiamo fatta e la sorpresa ha accompagnato visione e telespettatori».
D: Passiamo al tuo libro. A un certo punto scrivi: “Ci sono casi in cui il mistero è più importante della conoscenza”. In che modo applichi questo concetto alla tua cucina?
R: «Io non ho profonde conoscenze di base, quindi non posso non giocarmela sulla conoscenza e sull’esperienza, quanto piuttosto sull’istinto e sulla curiosità. Se pensi che i piatti che ho portato in finale non li avevo mai provati, ma sentivo che avrebbero funzionato… insomma, amo godere del piacere dello stupore e fidarmi delle mie sensazioni».
D: Cos’è il “mistero”?
R: «Io sono assetato di conoscenza e adoro scoprire ingredienti, magari anche sconosciuti, che possa in qualche modo portare alla conoscenza delle persone, attraverso la mia cucina».
D: Il tuo libro si apre con una parte dedicata alle emozioni e al ricordo, prosegue con una più analitica – dedicata alla conoscenza degli ingredienti che definirei “del cuore” e si sviluppa in ricette spiegate con grande chiarezza che oscillano tra il gourmet (con una ricerca, a volte esasperata di ingredienti difficilmente reperibili) e il cuore e la tradizione. C’è tra queste una ricetta da cui non potresti mai separarti?
R: «Ne scelgo due: una del cuore – ed è il ragù di mia nonna Elsa. L’altra che mi rappresenta, ovvero il Crudo di Wagyu, il piatto che mi ha portato alla vittoria».
D: Un po’ di rivoluzione la fai… soprattutto quando prendi le distanze dalla pasta ripiena. Gli emiliani non ti hanno ancora dichiarato guerra?
R: «Trovavo banale inserire nel libro di Masterchef ricette scontate o già note. Io avevo voglia di raccontare la mia visione di cucina, fatta di ingredienti particolari che – in questo modo – ho avuto modo di portare all’attenzione di tutti, raccontandone la storia e le peculiarità».
D: Parliamo del 2.0
R: «Il 2.0 fa mostruosamente figo! (RIDE). È innovativo, ma di base non vuol dire nulla! (RIDE ANCORA)».
D: Dicevamo: Masterchef 6, edizione delle novità. Edizione dell’amicizia, soprattutto! Mi è spesso capitato di parlare con alcuni tuoi compagni di viaggio e la cosa più frequente era sentire parlare del legame che si è sviluppato tra voi. E infatti, tu sei il primo Masterchef italiano ad aver destinato pagine del tuo libro ai tuoi colleghi, pubblicando la ricetta di ciascuno di loro. Dovevamo attendere un vincitore diciannovenne per ritrovare i valori della condivisione?
R: « Il ricordo più vivo della finale è stato il sostegno di tutto il gruppo di amici, cosa che mi ha caricato non poco. Ed è il sentimento che abbiamo saputo mantenere durante tutta la durata della gara. Ho avuto e mantengo ottimi rapporti con tutti, fatta eccezione per Gloria – la mia più grande antagonista – Vittoria, Mariangela che, a dirla tutta, non compaiono nemmeno nel libro. In linea di massima, ho preferito concentrarmi sul mio lavoro, piuttosto che adottare strategie».
D: Però adesso ti metto in difficoltà: chi avresti voluto con te in semifinale?
R: «Beh… Michele Ghedini è stato il mio compagno di avventure e di “scorribande”; le battute, le “gag” non erano studiate a tavolino, ma il risultato di una sintonia perfetta: ci siamo davvero divertiti! E poi, Roberto Perugini: il più bravo, il più preparato! Eppure, non gli è stata data la giusta visibilità. Comunque, è stato bello arrivare sino in fondo con Cristina».
D: Ti chiamano Daniel Humm (Eleven Madison Park); Joan Roca (El Celler de Can Roca); Rodolfo Guzman (Boragò; cucina endemica). Da chi vai?
R: «Guzman tutta la vita!!!».
Nel corso di tutta l’intervista, Valerio non smette mai di scherzare con il pubblico e interagire con esso. La spontaneità e la freschezza sono evidenti e – sia stato per meritocrazia o per scelte strategiche volte a dare nuova linfa a un programma in cui l’effetto “carta carbone” iniziava ad assopire, una cosa è certa: il ragazzo ha voglia! E ha sicuramente un gran talento tra le mani e la componente anagrafica quale alleata. Quindi, in attesa di capire con certezza “cosa farà da grande”, vale la pena seguirne il percorso e continuare a “spiare” questo “Mistery Boy”.
GAMBERI, ANIMELLE DI VITELLO AL BURRO E PEPE DI SICHUAN, SPINACI, KUMQUAT, RISO SOFFIATO
porzioni: 4; difficoltà: difficile; tempo totale di preparazione: 6 ore
INGREDIENTI
12 Gamberi rossi di Mazara del Vallo
200 g di Animelle di vitello
50 g di burro
50 g di spinaci
100 g di riso selvaggio
250 g di Kumquat
200ml di latte di cocco
1 cucchiaino di Xantana
Pepe di Sichuan qb
Fiori elettrici qb
Germogli di sakura qb
Sale pepe
Olio evo qb
PREPARAZIONE
1- Bollite il riso in acqua con un rapporto di 1:3 (1 tazza di riso per 3 tazze d’acqua) e lasciar cuocere per circa un’ora. Lasciate essiccare in forno o in essiccatore per 5 ore a 70°
2 – Nel frattempo, essiccate gli spianaci per 3 ore a 70°. Al termine, frullateli con il cutter e setacciate, al fine si ottenere una polvere uniforme.
3 – Fate bollire il Kumquat per circa 5 minuti. Frullate e passate al setaccio, emulsionando con olio EVO, sale e pepe.
4 – Bollite il latte di cocco, aggiungete un pizzico di sale e di pepe di Sichuan e frullate, aggiungendo la Xantana, per addensare.
5 – Pulite i gamberi e massaggiateli con un filo d’olio.
6 – Incidete le animelle e lasciatele bollire per 6 minuti. Pulitele, togliendo la membrana, tagliatele e ripassatele in padella con abbondante burro caldo, sale e pepe di Sichuan.
7 – In una padella di ferro, friggete il riso in abbondante olio EVO, per circa 5 secondi, sino a quando non sarà croccante e areato.
8 – Impiattate come da immagine, stendendo un velo di crema al cocco, adagiando le animelle, i gamberi, qualche goccia di salsa di Kumquat, la polvere di spinaci e il riso selvaggio soffiato. Finite il piatto con fiori elettrici e germogli sakura.
Stefania Buscaglia
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